Regolamento Ue e certificazione in materia di dati personali

Il Garante Privacy e ACCREDIA richiamano l’attenzione sulla necessità di attendere la definizione di criteri e requisiti comuni per la conformità delle certificazioni in materia di protezione dati al Regolamento UE 2016/679.

Il recente regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali (Regolamento UE 2016/679) prevede e incoraggia l’istituzione di meccanismi per la certificazione della protezione dei dati personali, nonché di sigilli e marchi, allo scopo di dimostrare la conformità dei trattamenti effettuati dai titolari e dai responsabili del trattamento.

In tale contesto, i soggetti legittimati al rilascio della certificazione sono l’Autorità di controllo competente (per l’Italia, il Garante per la protezione dei dati personali) oppure gli organismi di certificazione.

Tali organismi, in base al regolamento, possono essere accreditati dall’Autorità di controllo competente o dall’Organismo nazionale di accreditamento (per l’Italia, ACCREDIA), o da entrambi (cfr. art. 43, paragrafo 1, del regolamento), secondo i requisiti previsti dalla norma UNI CEI EN ISO/IEC 17065:2012 (che stabilisce i requisiti per gli organismi di certificazione di prodotti, processi e servizi) integrata da “requisiti aggiuntivi” che devono essere stabiliti dall’Autorità di controllo competente.

Al riguardo, è opportuno evidenziare che in Italia non è ancora stato stabilito dal Legislatore nazionale a chi spetti il ruolo di ente di accreditamento ai fini del regolamento, né sono stati definiti i “requisiti aggiuntivi” per l’accreditamento degli organismi di certificazione (cfr. art. 43, paragrafo 1, lettera b)) e i criteri di certificazione (cfr. art. 42 paragrafo 5).

Su tali temi il Garante sta lavorando congiuntamente alle altre Autorità Ue per la protezione dei dati allo scopo di delineare, entro l’anno, un quadro comune di criteri per accreditare gli organismi di certificazione e per la certificazione dei trattamenti nel rispetto del regolamento.

Il Garante e ACCREDIA stanno inoltre collaborando per poter garantire l’avvio delle attività di accreditamento e certificazione nel rispetto delle scadenze previste dal regolamento, che diventerà definitivamente applicabile in via diretta in tutti i Paesi UE a partire dal 25 maggio 2018.

ACCREDIA e il Garante per la protezione dei dati personali ritengono necessario sottolineare – al fine di indirizzare correttamente le attività svolte dai soggetti a vario titolo interessati in questo ambito – che al momento le certificazioni di persone, nonché quelle emesse in materia di privacy o data protection eventualmente rilasciate in Italia, sebbene possano costituire una garanzia e atto di diligenza verso le parti interessate dell’adozione volontaria di un sistema di analisi e controllo dei principi e delle norme di riferimento, a legislazione vigente non possono definirsi “conformi agli artt. 42 e 43 del regolamento 2016/679”, poiché devono ancora essere determinati i “requisiti aggiuntivi” ai fini dell’accreditamento degli organismi di certificazione e i criteri specifici di certificazione.

Il Garante per la protezione dei dati personali è l’Autorità indipendente che ha il compito di garantire l’attuazione della normativa italiana in materia di protezione dei dati personali e  rispetto della vita privata.

ACCREDIA è l’Ente unico nazionale di accreditamento designato dal Governo italiano, con il compito di attestare la competenza, l’imparzialità e l’indipendenza dei laboratori e degli organismi che verificano la conformità di prodotti, servizi e professionisti agli standard di riferimento, facilitandone la circolazione a livello internazionale.

Fonte: Garanteprivacy

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Luoghi di lavoro, caldo estivo e rischio microclimatico

Il rischio microclimatico è un rischio che dipende dalla non correttezza dei parametri termici che caratterizzano un luogo di lavoro, con particolare riferimento ai luoghi di lavoro chiusi. Un rischio che, a seconda delle diverse situazioni e ambienti, può portare uno stress termico, il cosiddetto discomfort termico, oppure può anche arrivare a costituire un pericolo immediato per la salute.

Ed è evidente che tale rischio da microclima tende generalmente ad aumentare con la stagione estiva e il conseguente innalzamento delle temperature esterne.

Per parlare, proprio in questo periodo estivo, di rischio/ stress termico e di microclima, facciamo riferimento ai contenuti di un documento correlato al progetto Impresa Sicura, un progetto multimediale – elaborato da EBEREBAM, Regione Marche, Regione Emilia-Romagna e Inail – che è stato validato dalla Commissione Consultiva Permanente come buona prassi nella seduta del 27 novembre 2013 e che ha affrontato in questi anni il tema della sicurezza in vari comparti lavorativi.

Nel documento “ Settore agroalimentare_La lavorazione della carne” un intero capitolo è dedicato al microclima con riferimento a varie tipologie di ambiente:

– ambiente termico moderato: “ambienti di lavoro dove lo sforzo che deve compiere il sistema di termoregolazione del corpo umano per adeguarsi alle temperature ambientali è moderato;

– ambienti termici severi caldi: ambienti di lavoro nei quali è richiesto un notevole intervento del sistema di termoregolazione del corpo umano per diminuire il calore che potenzialmente si accumula sul corpo, dovuto alle alte temperature dell’ambiente di lavoro (orientativamente ta>30 °C);

– ambienti termici severi freddi: ambienti di lavoro che richiedono al sistema di termoregolazione un notevole sforzo per limitare l’eccessiva perdita di calore e quindi la eccessiva diminuzione di temperatura del corpo umano, dovuta a temperature ambientali molto basse (orientativamente ta<10 °C)”.

Soffermandoci in particolare sugli ambienti termici moderati, il documento ricorda che generalmente in questi ambienti “non si hanno patologie dirette collegate ad un discomfort termico”. Tuttavia si sottolinea che un ambiente lavorativo con condizioni microclimatiche di discomfort “può comportare tra l’altro il deterioramento delle condizioni e delle capacità sia fisiche-muscolari che cognitive, diminuendo la capacità di reazione ed aumentando il rischio di infortunio”. Inoltre “umidità relative fuori dal range 40% < Um < 60% possono causare un aumento crescente di batteri, virus, miceti, acari ecc. con aumento dei rischi di igiene”.

Si segnala poi che è stato inoltre dimostrato che “condizioni di disagio termico comportano una diminuzione anche della produttività”.

Inoltre si indica che negli ambienti di lavoro, “sebbene globalmente vi siano temperature ed umidità accettabili”, può essere comunque presente “un ‘disagio termico localizzato’, che può essere costituito da:

– una corrente d’aria fredda o calda che investe una parte del corpo;

– differenza di temperatura tra testa e caviglie dovuta ad una differenza di temperatura in verticale;

– pavimento troppo freddo o troppo caldo;

– differenza di temperatura ad esempio tra una parete posta a sud della stanza rispetto ad un’altra posta a nord (asimmetria radiante);

– una energia metabolica troppo elevata;

– un abbigliamento troppo o poco pesante; ecc”.

E, si sottolinea ancora, che il raffrescamento o riscaldamento locale “aumentano il senso di disagio termico del lavoratore aumentando i rischi di infortunio”.

Il documento, che vi invitiamo a visualizzare integralmente, riporta indicazioni sui parametri principali che intervengono nel “benessere termico”, anche con specifico riferimento agli ambienti delle sale di lavorazione, trasformazione e conservazione carni che “richiedono una attenta valutazione ed un continuo monitoraggio delle condizioni microclimatiche per armonizzare esigenze di tutela igienica del prodotto alimentare ed esigenze di tutela del benessere termico del lavoratore. Scopo del datore di lavoro è quello di garantite il benessere termico ed igrometrico dei lavoratori”.

Riguardo poi alla valutazione del microclima si indica che per il giudizio sul microclima, sia di ambienti moderati che di ambienti severi, si fa generalmente “ricorso ad ‘indici sintetici’ (che esprimono in un unico valore tutti i parametri) che vengono confrontati con standard di riferimento (TEC: temperatura effettiva corretta; WBGT: temperatura al globotermometro a bulbo bagnato; HSI: indice  di stress termico; PMV: voto medio previsto, PPD: percentuale di insoddisfatti…) previsti da norme tecniche (ISO, UNI…). Per il calcolo di questi indici sono necessarie misure specifiche effettuate da tecnici competenti dotati di apposita strumentazione. Il loro impiego è necessario per una valutazione precisa e in particolare per valutare situazioni di stress e per il controllo di impianti di condizionamento”.

In particolare si ricorda che per una corretta valutazione del microclima in ambienti termici moderati è “utile riferirsi alla norma tecnica UNI EN ISO 7730 calcolando in particolare gli indici sintetici PMV (Voto medio previsto) e PPD (Percentuale prevista di insoddisfatti) e confrontandoli con i valori di benessere indicati nella stessa norma”.

Inoltre si indica che in un primo approccio per la valutazione del microclima “risulta di facile applicazione il concetto di temperatura operativa (To). Essa dipende da diversi parametri (velocità dell’aria, coefficienti di scambio termico convettivi e radiante, temperatura dell’aria e temperatura media radiante [Tr])”.

Concludiamo questa breve disamina sul rischio microclimatico riportando una serie di utili azioni di prevenzione.

Infatti il documento indica che il datore di lavoro “già in fase di progettazione dell’edificio aziendale deve prevedere un buon isolamento termico dell’edificio e delle superfici vetrate, una sufficiente aerazione naturale tramite, un numero adeguato di finestrature apribili. Tali finestrature non devono essere distribuite da un solo lato dell’edificio ma in maniera omogenea. Vi deve essere inoltre la possibilità di schermare l’irraggiamento solare diretto, mediante dispositivi più o meno oscuranti quali tende alla veneziana, frangisole e pellicole riflettenti”.

Tuttavia qualora gli interventi in fase di progettazione non portino ad un adeguato microclima, “per adeguare gli ambienti ad un comfort termico accettabile per i lavoratori è possibile procedere seguendo le seguenti modalità di intervento:

– dotarsi di impianto di condizionamento estivo e di impianto di ventilazione estivo in modo da regolare i parametri temperature ed umidità ambientali conformemente alle normative tecniche;

– aumentare in generale l’umidità ambientale in inverno e diminuire l’umidità ambientale in estate;

– ridurre od aumentare la ventilazione dei locali a secondo del disagio termico dei lavoratori;

– evitare di affollare troppe macchine o personale in pochi locali, ciò aumenterebbe le fonti di calore;

– schermare le superfici calde radianti interne ad esempio le superfici di macchine che riscaldano eccessivamente;

– potenziare l’impianto di riscaldamento e condizionamento;

– adozioni di sistemi di apertura e chiusura dei portoni che riducano al minimo gli scambi termici tra l’esterno e l’interno (porte a barriera/lamina d’aria ecc..), compatibilmente con le esigenze di sicurezza per l’evacuazione in caso di emergenza;

– posizionamento delle postazioni fisse di lavoro a distanza dalle porte che si affacciano su ambienti esterni troppo freddi o troppo caldi ecc.;

– dotazione nei diversi ambienti di termostati o regolatori della velocità dei ventilatori, permettendo ai lavoratori di regolare i parametri microclimatici più vicini alle proprie esigenze”.

Concludiamo segnalando che il documento di Impresa Sicura si sofferma su molti altri aspetti relativi al microclima, ad esempio con riferimento alla legislazione comunitaria, recepita dalle normative nazionali, sui vincoli microclimatici nei locali produttivi, per la tutela delle condizioni igieniche e sanitarie dei prodotti, ove sostano o transitano le carni.

Questi ad esempio alcuni elementi analizzati dal documento in relazione al rischio microclimatico:

– normativa tecnica;

– rischi per la salute;

– valutazione del microclima basata sugli indici PMW e PDD;

– attrezzatura per misurazioni microclimatiche;

– organizzazione di sopralluoghi per la valutazione del microclima.

(fonte Puntosicuro)

Il sito “ Impresa Sicura”: l’accesso via internet è gratuito e avviene tramite una registrazione al sito.

Commissione Consultiva Permanente per la salute e sicurezza sul lavoro – Buone Prassi -Documento approvato nella seduta del 27 novembre 2013 – Impresa Sicura

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La responsabilità del preposto non formato

Ha sostanzialmente per oggetto questa sentenza della Corte di Cassazione l’applicazione dell’art. 299 del D. Lgs. n. 81/2008 che ha estesa le responsabilità inerenti alla posizione di garanzia relativa al preposto, di cui all’art. 2 dello stesso D. Lgs., ai soggetti che, pur sprovvisti di regolare investitura, esercitano in concreto i poteri giuridici inerenti a tale figura. È responsabile, ha sostenuto infatti nella sentenza la suprema Corte, in concorso con il datore di lavoro, per un infortunio occorso a un dipendente, il soggetto che accetta le funzioni di preposto e di fatto le svolge pur se sprovvisto della specifica formazione prevista dal citato D. Lgs. n. 81/2008.

Ove l’imputato, ha sostenuto la stessa Corte riferendosi al caso in esame, non si fosse sentito preparato a svolgere le funzioni affidategli, proprio perché non specificatamente formato, non le avrebbe dovuto assumere. L’esplicare, infatti, le mansioni inerenti a un determinato ruolo, nel contesto dell’attività lavorativa, comporta la capacità di saper riconoscere ed affrontare i rischi e i problemi inerenti a quelle mansioni, secondo lo standard di diligenza, di capacità, di esperienza, di preparazione tecnica richiesto per il corretto svolgimento di quel determinato ruolo, con la correlativa assunzione di responsabilità. Ne consegue, ha concluso la suprema Corte, che chi, non essendo all’altezza del compito assunto, esplichi una certa funzione senza farsi carico di procurarsi tutti i dati tecnici e le conoscenze necessarie per esercitarla adeguatamente, risponde nel caso in cui ne derivino dei danni.

Il fatto, l’iter giudiziario e il ricorso in cassazione.

Il datore di lavoro e il componente anziano dell’ufficio tecnico di un’azienda hanno ricorso in cassazione avverso la sentenza emessa dalla Corte di Appello, chiedendone l’annullamento, con la quale era stata confermata, in punto di responsabilità, la pronuncia di condanna emessa in primo grado, in ordine al reato di cui all’art. 589 cod. pen. perché il datore di lavoro, omettendo l’effettuazione di qualsivoglia attività di formazione e informazione del personale nonché la predisposizione di idonee procedure connesse alle attività da compiere in ambienti sopraelevati, con pericolo di caduta dall’alto, e inoltre di dare adeguate istruzioni e il componente anziano dell’ufficio tecnico omettendo da parte sui controllare l’effettiva consistenza della superficie del tetto e quindi la calpestabilità dello stesso, avevano consentito e comunque non avevano impedito che un lavoratore dipendente, dopo essersi portato, mediante il carrello elevatore, sul tetto di una costruzione vi scendesse e sostasse sul tetto stesso, senza alcun presidio anticaduta, spostandosi su di esso allorquando è precipitato al suolo, a seguito del cedimento di una lastra.

Il datore di lavoro nel suo ricorso ha evidenziato una violazione di legge e un vizio di motivazione poiché il lavoratore deceduto era un ingegnere, laureato da oltre 10 anni, con ampia esperienza professionale e quindi in possesso di tutti gli strumenti culturali e tecnici per svolgere l’incarico, con totale autonomia decisionale e con sovraordinazione gerarchica rispetto ai colleghi operanti in sede di sopralluogo. Dal filmato agli atti tra l’altro, ha fatto osservare il ricorrente, era rilevabile come lo stesso si sia mosso sul tetto non camminando ma correndo e saltando, sì da provocare il cedimento della struttura, a causa dell’aumento della pressione esercitata dal peso del corpo in fase di corsa ragion per cui lo stesso aveva tenuto una condotta abnorme e di portata tale da rendere irrilevante qualunque altra causa preesistente.

Il componente dell’ufficio tecnico, da parte sua, nel suo ricorso, dopo aver ribadito le censure formulate dal coimputato in merito all’abnormità del comportamento della persona deceduta, ha lamentato una violazione di legge e un vizio di motivazione poiché non aveva ricevuta alcuna adeguata formazione e non era titolare di alcuna posizione di sovraordinazione gerarchica rispetto agli altri colleghi, i quali operavano tutti in totale autonomia. Del resto la persona deceduta, ha sostenuto ancora, aveva conoscenze tecnico-scientifiche ben superiori alle sue che era soltanto un perito industriale e non un ingegnere.

Le decisioni della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha fatto notare che la Corte territoriale era pervenuta alle sue conclusioni attraverso un itinerario concettuale in nessun modo censurabile, sotto il profilo della razionalità. La stessa aveva, infatti, evidenziato che il lavoratore infortunato non aveva fatto altro che quello che gli era stato detto e che era stato programmato di eseguire né è risultato che gli sia stata rappresentata in alcun modo la pericolosità della struttura o la necessità di adottare particolari cautele, come quella di camminare solo sulle travi in cemento. Lo stesso era rimasto, invece, a camminare sul tetto del capannone, allo scopo di procedere alle misurazioni, sotto lo sguardo dei presenti, e in particolare del coimputato senza che alcuno gli avesse fatto presente il pericolo o lo avesse richiamato. Anche la persona che stava camminando con lui su quella copertura aveva confermato che entrambi erano sicuri che le onduline potessero sostenere il loro peso e sapevano che il tetto era controsoffittato, così come del resto lo era, tranne che nella zona ove poi è caduto il lavoratore. Di qui la giusta conclusione dei giudici di merito secondo cui il lavoratore aveva subito l’infortunio mentre eseguiva le sue mansioni, conformemente all’incarico ricevuto e senza porre in essere alcuna condotta imprevedibile o esorbitante rispetto alle mansioni affidategli.

Tali conclusioni del resto, ha fatto notare la suprema Corte, sono del tutto in linea con il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui l’interruzione del nesso causale tra la condotta e l’evento è configurabile allorché la causa sopravvenuta inneschi un rischio nuovo e del tutto incongruo rispetto al rischio originario e comunque non può ritenersi causa sopravvenuta, da sola sufficiente a determinare l’evento, il comportamento negligente di un soggetto, nella specie il lavoratore, che si riconnetta ad una condotta colposa altrui, nella specie a quella del datore di lavoro e del preposto di fatto.

Con riferimento al ricorso presentato dall’altro imputato la Corte di Cassazione ha messo in evidenza che lo stesso aveva organizzato il sopralluogo durante il quale era accaduto l’infortunio. Era stati lui, infatti, a richiedere la presenza dell’elevatore e a dare ai presenti le direttive necessarie per cui sia l’infortunato che il collega avevano confidato che fosse stato previamente accertato la fattibilità in sicurezza delle operazioni necessarie. Del resto, nemmeno quando li aveva visti camminare sulle onduline, come confermato dalle videoriprese, l’imputato li aveva avvisati di alcunché.

Esente da censure ha inoltre ritenuta la Sez. IV l’affermazione formulata dalla Corte territoriale, secondo cui, nel momento in cui il componente dell’ufficio tecnico ha assunto, di fatto, il compito di organizzare e dirigere il sopralluogo, per conto del datore di lavoro, ha altresì assunto anche l’obbligo di garantire la sicurezza dei partecipanti. D’altronde l’omissione di ogni pur minima cautela, prima di consentire ai colleghi di accedere al tetto, aveva reso irrilevante, ai fini della sussistenza del reato, il fatto che l’imputato stesso non avesse ricevuto alcuna specifica formazione in merito ai rischi inerenti alle operazioni da svolgere. Tale asserto, del resto, si inserisce perfettamente nell’ottica delineata dall’art. 299 del D. Lgs. n. 81/2008, che estende le responsabilità inerenti alla posizione di garanzia relativa al preposto, di cui all’art. 2 del D. Lgs citato, ai soggetti che, pur sprovvisti di regolare investitura, esercitino in concreto i poteri giuridici inerenti a quest’ultima figura.

Ove l’imputato, ha aggiunto la suprema Corte, non si fosse sentito preparato a svolgere tali funzioni, proprio perché non specificamente formato, non avrebbe dovuto assumerle. In tali casi, infatti, l’addebito di colpa consiste proprio nell’aver intrapreso un’attività che non si è in grado di svolgere adeguatamente, non avendo le conoscenze o le capacità necessarie (c.d. colpa per assunzione). Infatti, ha così concluso la Sez. IV, “l’esplicare le mansioni inerenti a un determinato ruolo, nel contesto dell’attività lavorativa, comporta la capacità di saper riconoscere ed affrontare i rischi e i problemi inerenti a quelle mansioni, secondo lo standard di diligenza, di capacità, di esperienza, di preparazione tecnica richiesto per il corretto svolgimento di quel determinato ruolo, con la correlativa assunzione di responsabilità. Ne deriva che chi, non essendo all’altezza del compito assunto, esplichi una certa funzione senza farsi carico di procurarsi tutti i dati tecnici e le conoscenze necessarie per esercitarla adeguatamente, nel caso in cui ne derivino dei danni, risponde di questi ultimi”.

Entrambi i ricorsi sono stati pertanto rigettati dalla Corte di Cassazione con la conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

 

 

Gerardo Porreca

 

 

Corte di Cassazione Penale Sezione IV – Sentenza n. 18090 del 10 aprile 2017 (u. p. 12 gennaio 2017) –  Pres. Romis – Est. Di Salvo – Ric. T.B. e A.G.. – Il soggetto che accetta le funzioni di preposto e di fatto le svolge è responsabile, in concorso con il datore di lavoro, per l’infortunio occorso a un lavoratore dipendente pur in mancanza della specifica formazione prevista dal d. lgs. n. 81/2008.

 

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Bando ISI Inail: pubblicate le domande ammesse

Nel “click day” dello scorso 19 giugno sono state più di 20mila le richieste presentate per accedere ai 290 milioni di incentivi stanziati nel 2016 dall’Inail con i due avvisi pubblici, a sostegno della realizzazione di interventi in materia di prevenzione e dell’acquisto di trattori e mezzi agricoli o forestali caratterizzati da soluzioni innovative per ambiente e sicurezza

Sul portale Inail sono disponibili gli elenchi cronologici regionali e provinciali comprensivi delle oltre 20mila domande inoltrate in occasione del “click day” dello scorso 19 giugno, con l’indicazione di quelle collocate in posizione utile per l’accesso agli incentivi stanziati nel 2016 dall’Inail con i bandi Isi e Isi Agricoltura, pari complessivamente a circa 290 milioni di euro.

Clicca per vedere i risultati regione per regione

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Società sportive dilettantistiche, da luglio obbligo defibrillatore, linee guida

decreto-defibrillatore-societa-dilettantistiche

Sono state pubblicate dal Ministero della Salute e dal Ministero dello Sport con decreto 26 giugno 2017 le linee guida per le attività sportive relative all’obbligo di disporre di defibrillatore automatico in vigore dal 1° luglio 2017. Chi riguarda l’obbligo, chi è escluso.

L’obbligo di dotarsi e di impiegare defibrillatori semiautomatici per le società e per le associazioni dilettantistiche si intende assolto qualora venga utilizzato un impianto sportivo dotato dello strumento; qualora sia presente una persona formata “durante le gare inserite nei calendari delle Federazioni sportive nazionali e delle discipline sportive associate, durante lo svolgimento di attività sportive con modalità competitive ed attività agonistiche di prestazione disciplinate dagli enti di promozione sportiva, nonché durante le gare organizzate da altre società dilettantistiche”.

Da ciò consegue che ogni impianto utilizzato dalle società dovrà essere provvisto di defibrillatore e dovrà sempre esserci una persona pronta a utilizzarlo nel corso di competizioni. Di questo le società devono accertarsi prima dell’inizio di ogni gara.

Sono soggette all’obbligo tutte le società che praticano una delle discipline sportive indicate dal Coni con delibera 20 dicembre 2016, n. 1566Non è previsto invece per le società che si occupano di discipline a ridotto impegno cardiocircolatorio articolo 5, comma 3 del decreto ministeriale 24 aprile 2013, quali bocce (escluse bocce in volo), biliardo, e golf, pesca sportiva di superficie, caccia sportiva, sport di tiro, giochi da tavolo e sport assimilabili e che sono elencate nell’allegato A del decreto. L’obbligo non ricade infine sulle società in caso di gare al di fuori degli impianti sportivi.

In ultimo la formazione degli operatori. La formazione degli operatori laici per l’uso dei defibrillatori è disciplinata dalla circolare del 16 maggio 2014 dall’Accordo stato regioni del 2015.

Info:
Ministero Salute, obbligo e decreto del 26 giugno 2017
Nota Ministero dello Sport

(fonte Quotidiano Sicurezza)

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Fondimpresa per la competitività delle imprese: in arrivo 72 milioni di euro

Con l’Avviso n. 4/2017 vengono stanziati complessivamente 72 milioni di euro, suddivisi su due scadenze, per il finanziamento di piani condivisi per la formazione dei lavoratori sui temi chiave per la competitività delle imprese aderenti: qualificazione dei processi produttivi e dei prodotti, innovazione dell’organizzazione, digitalizzazione dei processi aziendali, commercio elettronico, contratti di rete, internazionalizzazione.
Ciascun Piano formativo può interessare solo uno dei seguenti Ambiti:

I. Territoriale, esclusivamente in una regione o provincia autonoma collocata all’interno delle Macro Aree Nord, Centro, Sud e Isole.

II. Settoriale, di reti e di filiere produttive, su base multi regionale, per soddisfare fabbisogni formativi comuni alle aziende appartenenti alla stessa categoria merceologica o a reti e filiere organizzate secondo la logica del prodotto finale, sviluppando modelli e interventi integrati di formazione del personale, anche con azioni di tipo sperimentale o prototipale. Il Piano deve coinvolgere imprese appartenenti ad almeno due regioni o province autonome e la quota minima di aziende appartenenti alla regione o provincia autonoma meno coinvolta deve essere almeno pari al 30% del totale delle imprese partecipanti al Piano.

III. Ad Iniziativa Aziendale, riguardante i Piani presentati da Soggetti Proponenti costituiti esclusivamente da imprese già aderenti beneficiarie della formazione per i propri dipendenti (almeno otto aziende beneficiarie rilevate per codice fiscale, nella compagine proponente), anche su base multi regionale. Le imprese proponenti e beneficiarie e le eventuali aziende partner e beneficiarie devono avere fabbisogni e obiettivi formativi comuni, chiaramente evidenziati nel Piano, e devono appartenere allo stesso gruppo societario (aziende tra loro collegate in virtù di un rapporto di controllo da parte di una società capogruppo) o fare parte di una rete di imprese già costituita, con oggetto, modalità di realizzazione dello scopo comune e obiettivi strategici non connessi solo allo svolgimento del Piano.

I piani formativi vanno presentati “a sportello”, con verifica di ammissibilità e valutazione di idoneità in base all’ordine cronologico di presentazione delle domande di finanziamento in forma completa, per ciascuna delle due scadenze e per ambito.

In relazione alle due scadenze dell’Avviso, le domande di finanziamento devono pervenire, a pena di inammissibilità, entro i seguenti termini:

AMBITI DELL’AVVISO    1^Scadenza  2^Scadenza
AMBITO I – TERRITORIALE:
Regioni e province autonome della macro Area A – NORD: Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, trento, Bolzano
Regioni dell Macro Area B – CENTRO: Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Marche, Abruzzo, Molise
Regioni della macro Area C – SUD e ISOLE: Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna
a decorrere dalle ore 9:00 del 29 novembre 2017 fino alle ore 13:00 del 22 dicembre 2017 a decorrere dalle ore 9:00 del 14 maggio 2018 fino alle ore 13:00 del 4 giugno 2018
AMBITO II – SETTORIALE, DI RETI E DI FILIERE PRODUTTIVE, su base multi regionale a decorrere dalle ore 9:00 del 14 novembre 2017 fino alle ore 13:00 del 4 dicembre 2017 a decorrere dalle ore 9:00 del 9 aprile 2018 fino alle ore 13:00 del 4 maggio 2018
 AMBITO III – AD INIZIATIVA AZIENDALE, anche su base multi regionale a decorrere dalle ore 9:00 del 16 ottobre 2017 fino alle ore 13:00 del 6 novembre 2017 a decorrere dalle ore 9:00 del 15 marzo 2018 fino alle ore 13:00 del 6 aprile 2018

Possono presentare la domanda di finanziamento e realizzare i Piani formativi, a pena di esclusione dalla procedura, esclusivamente i seguenti soggetti:

– le imprese beneficiarie dell’attività di formazione oggetto del Piano per i propri dipendenti, aderenti a Fondimpresa alla data di presentazione della domanda di finanziamento e già registrate sull’«Area Associati» del sito web www.fondimpresa.it;

– gli enti già iscritti, alla data di presentazione della domanda di finanziamento, nell’Elenco dei Soggetti qualificati da Fondimpresa per la categoria I dell’art. 5.2 del “Regolamento istitutivo del sistema di qualificazione dei Soggetti Proponenti” – Formazione rivolta a lavoratori appartenenti ad imprese di tutti i settori, compresi i soggetti posti in mobilità, con esclusione della formazione sulle tematiche dell’ambiente e della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e sulla tematica dell’innovazione tecnologica di prodotto e di processo, nel limite della classe di importo e dell’ambito territoriale di iscrizione che deve comprendere tutte le regioni a cui appartengono le aziende beneficiarie del Piano. Sono esclusi gli operatori oggetto di sospensione o revoca della qualificazione prima dell’approvazione della domanda di finanziamento.

Le dichiarazioni aziendali di partecipazione al Piano dovranno essere compilate, sottoscritte ed inviate direttamente on line, tramite il sistema informatico di Fondimpresa, con le modalità specificate nell’Avviso.

La concessione dei finanziamenti è subordinata alla interrogazione del Registro nazionale degli aiuti di Stato e alla registrazione del finanziamento, alle condizioni e con le modalità previste dall’art. 52 della L. 24 dicembre 2012, n. 234 e s.m.i e dalle disposizioni attuative.

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Bonifica amianto, spetta al proprietario o al locatario?

Gli obblighi di bonifica amianto gravano sul proprietario dell’immobile, a seguito della risoluzione del contratto con l’utilizzatore. I chiarimenti arrivano dal Tar Lombardia

La messa in sicurezza e lo smaltimento di rifiuti contenenti amianto è un’attività imputabile al proprietario che detiene l’immobile nel momento in cui si verificano le condizioni che impongono la bonifica amianto.

L’acquirente di un immobile con amianto subentra nell’obbligo di controllo, sorveglianza e manutenzione.

Così si sono espressi i giudici in una recente sentenza del Tar Lombardia 572/2017 in materia di rimozione dell’amianto.

Il caso

Il caso esaminato riguarda il ricorso presentato da una banca proprietaria degli immobili e dell’area su cui sorge un insediamento produttivo, per l’annullamento dell’ordinanza sindacale.

Il Comune (ai sensi dell’art. 192 del dlgs 152/2006, in tema di divieto di abbandono dei rifiuti) ha imposto alla banca ricorrente, in qualità di proprietaria degli immobili e dell’area interessata, la messa in sicurezza e smaltimento dei rifiuti contenenti amianto.

Nel dettaglio dispone di provvedere:

  • entro 15 giorni dal ricevimento della notifica del provvedimento alla messa in sicurezza dei rifiuti contenenti amianto
  • entro 60 giorni dal ricevimento della notifica del provvedimento allo smaltimento dei rifiuti contenenti amianto

L’ordinanza trae origine dal verbale di sopralluogo redatto dall’Arpa da cui si evince la presenza di lastre ondulate di copertura in cemento amianto appoggiate a terra lungo la recinzione.

La banca avanza, quindi, ricorso presso il Tar Lombardia evidenziando che l’acquisto delle aree avveniva solo per locazione finanziaria; gli immobili venivano concessi in locazione ad una società che si occupava di lavorazioni galvaniche, sino a che il Tribunale di Brescia risolveva il contratto e ordinava di lasciare i locali per inadempimento nel pagamento dei canoni.

Secondo la ricorrente, in base ad un’applicazione distorta dell’art. 195 del dlgs 152/2006, sono stati ingiustamente ordinati una serie di condotte alla società ricorrente per il solo fatto di essere proprietaria dei beni, sebbene completamente estranea alla condotta inquinante.

La difesa del Comune sostiene, invece, che non poteva competere al Comune una verifica sui rapporti tra le società succedutosi sull’area; oggetto dell’ordinanza è la società ricorrente che ha omesso di vigilare sulla situazione adottando misure precauzionali.

Sentenza

In base a quanto chiarito dai giudici lombardi, la violazione del divieto di abbandono (art. 192 del dlgs 152/2006 ) in generale deve ritenersi imputabile al proprietario perché dipendono dallo stato dell’immobile e non dall’attività economica svolta in esso.

Come evidenziato dalla relazione Arpa e dall’ordinanza, stessa, le azioni da svolgere si riferiscono a coperture in cemento amianto, quali il tetto o la tettoia, e non il risultato dell’attività produttiva svolta sull’area in esame da soggetti diversi dalla banca ricorrente.

In definitiva, essendo l’immobile acquistato in leasing dalla banca ricorrente a favore dell’utilizzatore, tutti i doveri di ordinaria e straordinaria amministrazione che gravavano originariamente sull’utilizzatore, a seguito della risoluzione del contratto, ricadono sul proprietario che deve ritenersi responsabile della corretta bonifica dei rifiuti di amianto.

Il ricorso viene accolto con conseguente annullamento del provvedimento impugnato.

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(fonte BibLus-Net)

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