Obbligo del datore di lavoro di informare i dipendenti su tutti i rischi presenti nel luogo di lavoro

Molte volte ci si chiede quale sia il limite entro il quale un infortunio sia da attribuire ad una mancanza di sicurezza e quando, invece, sia da attribuire a comportamenti negligenti da parte del lavoratore.

Prima di tutto, però, vi è la necessita di comprendere i rischi ai quali i lavoratori sono sottoposti e questo è obbligo imprescindibile del Datore di Lavoro.

Per questo riportiamo oggi la sentenza della Corte di Cassazione numero 6121 dello scorso febbraio.

Il fatto coinvolge tre dipendenti di un’azienda, addette alla ricezione delle merci, alla porzionatura dei pasti e alla cottura degli stessi, che in seguito ad un errato utilizzo di una macchina a pressione sono state investite da un getto di calore che ha provocato loro ustioni in varie parti del corpo.

A seguito di ciò, la Direzione Generale e l’Amministratore Delegato della società sono stati dichiarati colpevoli di lesione colpose, violazione delle norme antinfortunistiche e colpevoli di non aver informato in modo adeguato le lavoratrici dei rischi specifici del loro lavoro.

La Suprema Corte, nella sentenza, spiega come il luogo di lavoro non possa essere strettamente limitato allo spazio necessario per compiere una specifica mansione, ma deve necessariamente essere esteso anche alle zone adiacenti, zone in cui si presume che i lavoratori si rechino e sostino.

Per questo motivo il Datore di Lavoro ha l’obbligo di informare i propri dipendenti sui rischi esistenti anche nei luoghi che non competono loro direttamente, ma che in qualche modo sono adiacenti al loro spazio di manovra.

Quest’obbligo, continua la Cassazione, non viene ravvisato solo al Datore, ma si estende anche ad altre figure dell’Azienda, come nel caso in esame, al Direttore Generale (che con il ruolo che ricopre assume una posizione di garanzia in materia antinfortunistica) e all’Amministratore Delegato che risulta responsabile dell’organizzazione di tutta l’attività lavorativa.

Per questo motivo la Corte «annulla senza rinvio la sentenza impugnata agli effetti penali per essere il reato di lesioni colpose estinto per prescrizione. Rigetta il ricorso agli effetti civili e condanna i ricorrenti al pagamento in solido delle spese sostenute dalla parte civile S.A., che liquida in complessivi euro 2.500,00 oltre accessori come per legge».

(fonte NECSI)

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Alimentazione e lavoro, factsheet Inail

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È stata pubblicata da Inail tra maggio e giugno 2018 una serie di schede di approfondimento sul benessere negli ambienti di vita e di lavoro, la tutela dei lavoratori. Una di queste schede ha affrontato il tema Alimentazione e lavoro. Indicazioni per un’offerta mirata da parte delle mense, la prevenzione e la buona salute in rapporto agli alimenti quotidiani.

Stili di vita sani, mangiare sano sul lavoro, datori di lavoro e mense. Una corretta alimentazione viene ormai abitualmente indicata dalle istituzioni sanitarie nazionali e internazionali come una delle principali armi contro l’insorgere di malattie croniche non trasmissibili NCD, contro malattie cardiovascolari, respiratorie, tumori. Seguire un’alimentazione sana, favorire un’alimentazione sana sul lavoro diviene quindi uno degli accorgimenti chiave per la tutela della salute del lavoratore, che avrebbe poi conseguenze positive in termini di performance e produttività.

La scheda riporta in una tabella il rapporto tra tipi di mansione e dispendio energetico, tra lavoro leggero moderato pesante e assunzione di Kcal/H, differenti esigenze caloriche tra uomini e donne. Quindi Cinque regole fondamentali per una corretta alimentazione anche al lavoro, riassumendole: frutta e verdura, meno grassi, varietà, acqua in abbondanza, porzioni consone.

In merito ai pasti somministrati in azienda, viene consigliata un’attenzione particolare alle esigenze derivanti da patologie, intolleranze allergie. Si segnalano la possibilità di stipulare convenzioni per buoni pasto anche in frutteria, la vigilanza del medico competente ed eventualmente di un nutrizionista anche sui distributori automatici.

“Nelle mense aziendali potrebbero essere proposti menù con l’indicazione della composizione di ogni pietanza e delle relative calorie. L’attenzione alla dieta dovrebbe essere un argomento trattato nei corsi di informazione e formazione (Tabella 2) con la raccomandazione di tenere sotto controllo il peso utilizzando i parametri dell’indice di massa corporea e della circonferenza addominale”.

Info: Inail, factsheet Alimentazione e lavoro 

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Rivalutazione sanzioni in materia salute e sicurezza sul lavoro, decreto Inl

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale n.140 del 19 giugno 2018 il comunicato del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 6 giugno 2018 che informa circa la pubblicazione del decreto Inl n.12 del 6 giugno sulla valutazione quinquennale delle sanzioni prevista dall’articolo 306 delDecreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81, cosi come modificato dal decreto-legge 28 giugno 2013 n. 76.

Secondo quanto previsto dal nuovo decreto dal 1° luglio 2018 le ammende per contravvenzione in materia di igiene salute e sicurezza sul lavoro e le sanzioni amministrative pecuniarie vengono rivalutare dell’1,9%.

La rivalutazione è stata calcolata seguendo la variazione Istat dell’indice dei prezzi al consumo 2013-2018.

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Controllo a distanza dei lavoratori: nelle richieste di autorizzazione anche il DVR

L’Ispettorato nazionale del lavoro, con lettera circolare del 18 giugno 2018, torna sul rilascio delle autorizzazioni per l’installazione di impianti audiovisivi e di altri strumenti dai quali possa derivare un controllo a distanza dell’attività dei lavoratori.

In particolare l’INL evidenzia che gli uffici territoriali segnalano la ricezione di molte richieste di autorizzazione motivate da generiche esigenze di “sicurezza del lavoro”.
L’Ispettorato sottolinea che l’attività valutativa, in fase istruttoria, richiede l’esame analitico delle motivazioni che giustificano e legittimano l’utilizzo di strumenti dai quali derivi la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori nonché della correlazione tra le modalità di impiego di tali strumenti e le finalità dichiarate.
Pertanto ritiene che, nel caso di richieste di autorizzazione legate ad esigenze di “sicurezza del lavoro”, debbano essere puntualmente evidenziate le motivazioni di natura prevenzionistica che sono alla base dell’installazione degli impianti audiovisivi corredate da una apposita documentazione di supporto.
Le affermate necessità legate alla sicurezza del lavoro devono di conseguenza trovare adeguato riscontro nell’attività di valutazione dei rischi effettuata dal datore di lavoro e formalizzata nell’apposito documento (DVR).
L’istanza rivolta alle strutture territoriali e all’Ispettorato nazionale (per le imprese plurilocalizzate) dovrà essere corredata dagli estratti del documento di valutazione dei rischi, dai quali risulti, in stretta connessione teleologica, che l’installazione di strumenti di controllo a distanza è misura necessaria ed adeguata per ridurre i rischi di salute e sicurezza cui sono esposti i lavoratori.
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Infortuni sul lavoro: no alla responsabilità automatica del committente

Construction Worker Injured After Fall

Nel caso di infortunio del lavoratore sul posto lavoro, non va applicata automaticamente la responsabilità del committente, essendo necessario verificare l’esistenza del nesso causale tra la condotta di quest’ultimo e l’evento dannoso.

E’ quanto chiarito dalla Cassazione Civile, Sez. lavoro, nella sentenza 11 dicembre 2017, n. 29582.

Nella vicenda in oggetto, un lavoratore, vittima di un infortunio sul posto di lavoro, aveva avanzato domanda risarcitoria al fine di ottenere ristoro per quanto patito, anche nei confronti della società committente di un appalto di lavori di manutenzione ordinaria. Il Giudice di prime cure prima e la Corte territoriale dopo, avevano escluso la responsabilità, contrattuale ed extra contrattuale della società convenuta.

In particolare, il giudice di secondo grado aveva rilevato che, dall’istruttoria svolta, non era stata provata la responsabilità della società in relazione all’infortunio occorso al lavoratore, ritenendo che la ditta convenuta non poteva essere a conoscenza del fatto che il lavoratore si sarebbe dedicato ad attività diverse da quelle pattuite con l’appaltatore e pertanto, non avrebbe potuto impedirle. Per tali motivi, la violazione della normativa antinfortunistica non era imputabile alla committente. Avverso tale sentenza, il lavoratore ha proposto ricorso per cassazione.

La Suprema Corte ha rilevato che, in tema di sicurezza sul posto di lavoro, la responsabilità per la violazione dell’obbligo di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei prestatori di lavoro ex art. 2087 cod. civ. si estende al committente solo se questo si sia reso garante della vigilanza relativa alla misura da adottare in concreto e si sia riservato i poteri tecnico-organizzativi dell’opera da eseguire.

Orbene, essendo previsti dalla normativa di settore, precisi obblighi anche a carico del committente di contratti di appalto o d’opera o di somministrazione, il dovere di sicurezza nell’esecuzione di un contratto di appalto o di prestazione d’opera, è riferibile, oltre che al datore di lavoro, anche al committente, per cui in caso di infortunio, sussiste anche la responsabilità di quest’ultimo. Tuttavia, detto principio, non va applicato automaticamente, non essendo configurabile una responsabilità del committente in re ipsa, né essendo possibile richiedere a quest’ultimo, un controllo assiduo sull’organizzazione e sull’andamento dei lavori.

Pertanto, per fondare la responsabilità del committente, non si può prescindere dal verificare quale sia stata, in concreto, l’effettiva incidenza della condotta del committente nell’eziologia dell’evento, a fronte delle capacità organizzative della ditta scelta per l’esecuzione dei lavori ovvero per lo svolgimento del servizio. In particolare, occorre seguire alcuni parametri di valutazione, ovvero si dovrà verificare: la specificità dei lavori da eseguire e le caratteristiche del servizio da svolgersi; i criteri seguiti dal committente per la scelta dell’appaltatore o del prestatore d’opera; l’ingerenza del committente stesso nell’esecuzione dei lavori oggetto dell’appalto o del contratto di prestazione d’opera; nonchè, la percepibilità agevole ed immediata da parte del committente di eventuali situazioni di pericolo.

Nel caso in esame, la Corte territoriale aveva rilevato che non vi fosse una prova rassicurante, anche solo in via presuntiva, del fatto che il lavoro nell’esecuzione del quale era occorso l’infortunio, fosse riferibile ad una richiesta aggiuntiva o comunque riferibile alla società committente, né era neppure risultata dimostrata alcuna modifica dell’appalto concordato.

Dunque, la Suprema Corte, precisando che, in sede di legittimità, non è consentito procedere ad una nuova valutazione delle risultanze probatorie, e che le censure mosse dal ricorrente non riguardavano all’iter logico-argomentativo alla base della decisione impugnata, consistendo, altresì, nella sola prospettazione di un diverso apprezzamento delle stesse prove e delle stesse circostanze fattuali già verificate e decise dalla Corte territoriale in senso opposto a quanto richiesto dal ricorrente,  il ricorso è stato dichiarato inammissibile e quindi rigettato.

(Altalex, 15 giugno 2018. Nota di Maria Elena Bagnato)

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La movimentazione dei prodotti

Il documento Inail, che sottolinea l’importanza di considerare nelle strategie di prevenzione degli infortuni anche la fase di movimentazione dei prodotti lavorati, indica che devono essere fornite agli autotrasportatori precise norme di comportamento.

 

Infatti agli autotrasportatori che accedono ai piazzali dello stabilimento, “dovranno essere fornite precise indicazioni circa le norme comportamentali da rispettare”. E sarà buona cosa “consegnare all’autotrasportatore, all’atto di ingresso nello stabilimento, un foglio riportante le principali indicazioni comportamentali da tenere sia nel corso della normale attività aziendale che in caso di emergenza”.

 

Inoltre si dovrà sempre “essere a conoscenza di chi entra o esce dall’interno dello stabilimento; pertanto sarà utile instaurare un controllo sia degli ingressi sia delle uscite”.

 

Riportiamo alcuni suggerimenti tratti dal documento Inail:

  • all’autotrasportatore “dovranno essere fornite precise informazioni in merito ai percorsi da seguire con l’automezzo per raggiungere le aree di scarico o di carico”;
  • per le vie di transito degli automezzi, “si dovranno stabilire i sensi di marcia, la velocità massima consentita, le aree di sosta, le aree di manovra, ecc. Tutto ciò sarà indicato affiggendo lungo le vie di transito dei piazzali un’opportuna segnaletica orizzontale e verticale, che guidi l’autotrasportatore e gli comunichi le necessarie informazioni al fine di garantirne la sicurezza;
  • si dovrà vietare che l’autotrasportatore, mentre attende che venga completato il carico o lo scarico dell’automezzo, possa aggirarsi liberamente per lo stabilimento; egli dovrà restare a bordo del suo automezzo o in prossimità dello stesso, mantenendosi al di fuori del raggio di azione dei mezzi di movimentazione dei carichi”.

 

Si dovrà poi “imporre all’autotrasportatore:

  • il divieto di utilizzo di attrezzature o macchinari di proprietà dell’azienda, se non previa preventiva autorizzazione dell’azienda stessa;
  • il divieto di fumare al di fuori di aree appositamente destinate ai fumatori”.

 

E l’autotrasportatore “dovrà fornire tutte le indicazioni necessarie in merito alle caratteristiche del carico, e cioè: altezza massima, possibile sporgenza del carico, massimo peso ammesso sull’automezzo, ecc”.

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Sull’omessa elaborazione del DVR e l’omessa designazione dell’RSPP

Una recente sentenza della Corte di Cassazione – la Sentenza n. 11204 del 13 marzo 2018 – ha affrontato il tema dell’individuazione delle responsabilità, in questo caso sia per l’omessa elaborazione del DVR che per l’omessa designazione dell’RSPP, in relazione all’operatività di una società durante la fase di liquidazione.

 

L’evento infortunistico e il ricorso in Cassazione

La Cassazione indica che con la sentenza del 7 aprile 2016, “il tribunale di Roma dichiarava il C. colpevole delle contravvenzioni in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro oggetto di contestazione (omessa elaborazione del DVR e omessa designazione dell’RSPP) e, riconosciute al medesimo le circostanze attenuanti generiche, lo condannava alla pena condizionalmente sospesa di € 5.000,00 di ammenda, in relazione a fatti contestati come accertati in data 27.07.2011”.

L’imputato ha poi proposto ricorso per cassazione deducendo un unico motivo.

Con tale motivo si evoca il vizio relativo alla “ritenuta affermazione di responsabilità dell’imputato e correlato vizio motivazionale della sentenza per non avere escluso la responsabilità dell’imputato in ragione dell’insussistenza dell’elemento oggettivo o di quello soggettivo”. In sintesi – continua la Cassazione – si sostiene che “nella sentenza si sarebbe compiuto un accertamento meramente cartolare e, attraverso l’esame di alcuni documenti” – tra cui il provvedimento 22.06.2011 scaturito da un reclamo presentato dalla XXX (di cui l’imputato risultava titolare all’epoca del fatto) – “si sarebbe erroneamente pervenuti ad affermare la responsabilità dell’imputato; la sentenza sarebbe quindi caratterizzata dal ricorso ad una valutazione intuitiva dei fatti e non ad una calibrata ricostruzione degli avvenimenti”.

Nel ricorso si censura il fatto che il giudice “non avrebbe attribuito la giusta efficacia probatoria alle dichiarazioni del teste escusso ed alla documentazione depositata” e si censura “l’illogicità manifesta laddove la sentenza afferma la responsabilità del ricorrente solo sulla documentazione depositata”. E quanto alla deposizione del teste d’accusa L., “avrebbe fornito una valutazione priva di rigore probatorio, in quanto pure essendo solo formalmente ed in apparenza attivo il punto vendita, di fatto l’attività era cessata, donde il teste non avrebbe fornito alcuna prova in merito al fatto che fosse in corso al momento dell’ispezione un’attività commerciale, anzi chiarendo il teste che vi erano delle difficoltà” per la XXX perché “avrebbe dovuto restituite la società, cosa poi verificatasi ben presto; il giudice, quindi, non avrebbe spiegato come sia stato possibile affermare la responsabilità del ricorrente basandosi unicamente sul dato fattuale del provvedimento a seguito del reclamo”, non essendovi prova che al momento dell’accertamento la XXX fosse operativa.

E non sarebbe poi corretta l’affermazione secondo cui, essendo stato richiesto il reclamo il 22.06.2011 con cui era stata revocata l’ordinanza di rilascio del plesso aziendale, “l’attività commerciale fosse in atto e quindi il ricorrente avrebbe dovuto rispondere delle violazioni accertate; infine, si censura l’assenza di motivazione sull’elemento soggettivo del reato, non spiegando il giudice se nei fatti fosse ravvisabile il dolo o colpa e, in quest’ultimo caso, difetterebbe qualsiasi argomentazione in ordine alla sua sussistenza”.

 

Le indicazioni della Corte di Cassazione

Riguardo al ricorso si indica che dall’esame della sentenza “risulta palese la genericità del motivo”.

Infatti già il tribunale confuta le argomentazioni esposte nel motivo di ricorso – “replicato” nel ricorso in cassazione “senza apprezzabili elementi di critica innovativa rispetto a quanto già oggetto di doglianza davanti al primo giudice” – indicando le ragioni per le quali l’imputato “doveva essere ritenuto responsabile del reato contestato, specificando da quali elementi di prova diretta e logica” fosse desumibile che all’atto dell’ispezione la XXX, di cui il ricorrente, era titolare, ancora conducesse l’attività commerciale.

Ed è in realtà sufficiente la lettura della sentenza per rilevare “l’assoluta assenza di pregio delle argomentazioni difensive; il giudice dà atto che a seguito dell’ispezione presso il punto vendita della società gestita dal ricorrente all’epoca del fatto, era stata rilevata:

  • l’assenza del DVR e la mancata designazione dell’RSPP da parte del medesimo, quale datore di lavoro;
  • che il punto vendita in questione era attivo al momento dell’ispezione ma che si trovava in difficoltà anche perché l’attività aveva successivamente chiuso;
  • che dalle visure camerali in atti risultava che il punto vendita in questione risultava una sede secondaria” della XXX di cui il ricorrente era liquidatore, nominato con atto del 18.04.2011;
  • che la società “risultava condurre in affitto l’attività commerciale ceduta con scrittura privata del 16.10.2002” dalla YYY s.r.l., poi ZZZ S.p.A., rilevandosi in tale atto che legale rappresentante della XXX fosse proprio l’odierno ricorrente;
  • che, infine, “ad eliminare qualsiasi dubbio sulla responsabilità del ricorrente, era stato valorizzato il provvedimento 22.06.2011, con cui il tribunale di Roma revocava su richiesta del ricorrente, legale rappresentante alla data della richiesta del 28.03.2011” della XXX, l’ordinanza di rilascio del plesso aziendale in questione in favore della ZZZ S.p.A., elemento da cui il giudice desumeva logicamente che all’atto dell’ispezione del 28.06.2011 la XXX ancora conduceva l’attività commerciale.

Secondo la Corte è evidente come le censure prospettino una “critica risolventesi nel mero dissenso del ricorrente rispetto all’approdo valutativo operato dal giudice di merito”, non consentito in sede di Cassazione. Infatti “gli accertamenti (giudizio ricostruttivo dei fatti) e gli apprezzamenti (giudizio valutativo dei fatti) cui il giudice del merito sia pervenuto attraverso l’esame delle prove, sorretto da adeguata motivazione esente da errori logici e giuridici, sono sottratti al sindacato di legittimità e non possono essere investiti dalla censura di difetto o contraddittorietà della motivazione solo perché contrari agli assunti del ricorrente”.

In particolare – come abbiamo ricordato anche nella presentazione di altre sentenze – si sottolinea che il controllo di legittimità sulla motivazione è “diretto ad accertare se a base della pronuncia del giudice di merito esista un concreto apprezzamento del materiale probatorio e/o indiziario e se la motivazione non sia puramente assertiva o palesemente affetta da vizi logici. Restano escluse da tale controllo sia l’interpretazione e la consistenza degli indizi e delle prove sia le eventuali incongruenze logiche che non siano manifeste, ossia macroscopiche, eclatanti, assolutamente incompatibili con altri passaggi argomentativi risultanti dal testo del provvedimento impugnato: ne consegue che non possono trovare ingresso in sede di legittimità i motivi di ricorso fondati su una diversa prospettazione dei fatti nè su altre spiegazioni, per quanto plausibili o logicamente sostenibili, formulate dal ricorrente (Sez. 6, n. 1762 del 15/05/1998 – dep. 01/06/1998, Albano L, Rv. 210923)”.

La Corte di Cassazione osserva poi “come sia del tutto manifestamente infondato il profilo di doglianza afferente all’asserito difetto di prova”.

È infatti “pacifico” che incombendo sul datore di lavoro – “nella specie, all’imputato quale liquidatore nominato in data 18.04.2011, presupponendo la liquidazione l’operatività della società e quindi la necessità del rispetto degli obblighi normativi, tra cui quelli in materia prevenzionistica” – l’obbligo di redigere il DVR e di designare l’RSPP in base alle norme di cui si contestata la violazione – “l’aver totalmente omesso di adempiere agli obblighi di legge integrava le violazioni contestate quantomeno sotto il profilo della semplice colpa, senza necessità di alcuna specificazione espressa da parte del giudice, trattandosi di reato contravvenzionale indifferentemente punibile a titolo di dolo o di colpa. A ciò va aggiunto, onde confutare la doglianza difensiva, che la prova della mancanza di colpa nel reato contravvenzionale deve essere data dall’imputato il quale ha anche l’obbligo di dimostrare di aver compiuto tutto quanto poteva per osservare la norma violata (v., in termini: Sez. 1, n. 2935 del 12/11/1981 – dep. 18/03/1982, SCARDAVILLI, Rv. 152835)”.

Le conclusioni della Corte di Cassazione

La Corte “dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di duemila euro in favore della Cassa delle ammende”.

(Tiziano Menduto – Punto Sicuro)

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